Intervista a Rino Di Stefano

A cura di Tiziano Farinacci e Ilaria Alessandro

Il cronista genovese che nel 1984 scrisse un libro sul caso più noto di presunta abduction avvenuta in Italia: “Il Caso Zanfretta”

 

 

 

 

Qual è il suo punto di vista riguardo la Scienza Ufologica in genere?
“Prima di tutto mi pare che l’uso del termine ‘scienza’ non sia corretto. Con questa parola, infatti, secondo il Dizionario Italiano Sabatini Coletti, si intende una ‘attività speculativa intesa ad analizzare, definire e interpretare la realtà sulla base di criteri rigorosi e coerenti’. E non credo che, per quanto riguarda il fenomeno ufologico, siano mai stati fissati universalmente ‘criteri rigorosi e coerenti’. Per essere più precisi, dunque, definirei questa attività Ricerca Ufologica. Una ricerca che tra l’altro viene compiuta in mille modi diversi a seconda della serietà e della competenza di chi la compie.

E il problema, a ben vedere, sta proprio in questo dettaglio.

Che il fenomeno Ufo esista non c’è obbiettivamente alcun dubbio se, con la parola Ufo, parliamo di oggetti volanti non identificati. E quindi di oggetti che volano sulle nostre teste, osservati in svariate riprese da migliaia di persone in tutto il mondo, e dei quali non si conoscono la provenienza, la nazionalità e le caratteristiche tecniche. Il protocollo sull’avvistamento di Ufos esiste negli aeroporti di tutte le nazioni civilizzate. I governi non ne parlano perché non vogliono allarmare la popolazione”.

Ha mai assistito in prima persona a fenomeni riconducibili alla categoria Ufologia?
“No, non ho mai avuto un’esperienza di questo tipo”.

Come venne a conoscenza del caso Zanfretta e cosa la spinse ad occuparsene?
“A quel tempo, parliamo del 1978, ero un giovane cronista e mi occupavo prevalentemente di cronaca nera. Per essere più precisi, lavoravo a tempo pieno sugli omicidi delle Brigate Rosse.
Una mattina, però, lessi sul ‘Secolo XIX’, il maggior quotidiano regionale della Liguria, il resoconto di un collega, Enzo Bonifazi, su un misterioso episodio accaduto ad un metronotte nel paesino di Marzano di Torriglia, sulle alture di Genova.
Mi sembrava strano che un uomo, padre di due figli, conosciuto come persona seria e affidabile, improvvisamente mettesse a rischio il suo posto di lavoro e la sua stessa esistenza per dire che aveva visto degli Ufo.
Allora, incuriosito, decisi di andare a vedere di persona e poi di intervistare il metronotte. Cominciò tutto da lì…”.

Con quale predisposizione d’animo si avvicinò a questo caso? Scetticismo, possibilismo…
“Forse anche per la mia formazione professionale americana, quando affronto un caso di cronaca, qualunque esso sia, lo faccio con la mente assolutamente sgombra da ogni possibile pregiudizio. E lo stesso ho fatto con Zanfretta.
A me non importava l’aspetto ufologico della questione: quello che io volevo sapere era soltanto che cosa fosse realmente successo.
Se poi in qualche modo c’entravano gli Ufo, tanto meglio.
Comunque li avrei considerati come un elemento della mia inchiesta.
Per i miei colleghi, e intendo dire praticamente tutti gli altri cronisti dei giornali genovesi, visto che si parlava di Ufo era meglio starne alla larga, a prescindere da quale fosse la verità.
C’era il pericolo del ridicolo, che è molto radicato nella nostra cultura per neutralizzare qualunque argomento scomodo.
Per non sbagliare, quindi, era meglio ignorare il fatto e dire che il protagonista della storia fosse una specie di malato di mente.
E tutto questo ignorando persino le indagini dei carabinieri che, nel caso del primo ‘incontro’ di Zanfretta, trovarono 52 persone che testimoniarono di aver visto un enorme oggetto luminoso sollevarsi da dietro la casa dove era stato mandato Zanfretta.
Ecco, io ho letteralmente ignorato pregiudizi e paure e ho voluto indagare comunque su quanto era accaduto.
E da tutto questo è nato il caso Zanfretta”.

Il signor Zanfretta fu sottoposto a sedute di ipnosi, un po’ del resto come i coniugi Hill e non solo… Qual è il suo punto di vista riguardo l’affidabilità di tale analisi psichica?
“Zanfretta venne sottoposto ad ipnosi regressiva su mia esplicita richiesta.
Rivolsi la proposta a Gianfranco Tutti, allora direttore dell’Istituto di vigilanza privata Val Bisagno, società per la quale Zanfretta lavorava, il quale accettò con l’esplicito consenso di Zanfretta.
Io stesso cercai un ipnotista medico e lo trovai nella persona del dottor Mauro Moretti, psicoterapeuta ancora oggi operante a Genova.
Moretti del resto era l’unico in tutta Genova che a quel tempo praticava l’ipnosi a scopo medico.
Per quanto riguarda l’affidabilità di questa analisi psichica, gli stessi pareri dei medici sono controversi sulla base dei campi in cui viene applicata.
Nel caso di Zanfretta il soggetto veniva riportato nel momento in cui era accaduto il fatto e quindi ripeteva pari pari l’esperienza che aveva vissuto. Il problema è: è vera la ricostruzione dei fatti così rivissuta dal protagonista? Nessuno è in grado di dirlo, perché in effetti il soggetto può inserire anche fatti fantasiosi nella sua ricostruzione.
Fatti che egli in buona fede ritiene essere veritieri.
L’unico modo per controllare la veridicità di queste ricostruzioni è dunque quella di controllare di persona i dettagli e i particolari della storia.
Cosa che io ho fatto, come risulta da quello che ho scritto nel mio libro.
Io non ho mai visto gli Ufo di cui parlava Zanfretta, ma posso dire che i particolari citati nel suo racconto ipnotico sono stati da me personalmente controllati e verificati.
Tutto quello che posso dire è che combaciavano”.

A distanza di otto anni, ritiene che le persone che si presentarono a lei nel ’92, facessero capo ad una qualche organizzazione specifica?
“Senza alcun dubbio. Queste due persone appartenevano ad una organizzazione americana che disponeva di enormi mezzi e capitali.
Basti pensare che avevano messo a mia disposizione un jet privato per i miei spostamenti dall’Italia agli Stati Uniti.
Inoltre essi mi dissero che nel mondo altre due persone avevano avuto la stessa esperienza di Zanfretta e che in entrambi i casi i presunti ‘alieni’ avrebbero dato loro una sfera come quella di cui parlava Zanfretta.
E loro sapevano che ne esisteva una terza e ne cercavano il ‘guardiano’. Così pensavano che l’avesse proprio Zanfretta.
Tutto quello che riguardava queste persone, però, era ambiguo e poco chiaro. Nutrivo grossi dubbi sia sulla veridicità dei loro racconti sia sull’identità delle loro persone”.

Quali furono gli effettivi motivi che la spinsero a rifiutare la pianificazione della ‘joint-venture’ comune? Diffidenza?
“Anche, ma soprattutto il modo in cui era stato stilato il contratto che mi avevano mandato. Consisteva in tre cartelle contenenti 17 articoli ed era stato redatto da un avvocato di Chicago.
Secondo questo contratto, io ero il titolare della società joint-venture al 50 per cento. Gli altri due lo erano rispettivamente al 25 per cento l’uno.
Tuttavia il controllo e la gestione della società era interamente in mano a loro due. In altre parole, loro decidevano e operavano ma poi il responsabile ero io.
Un contratto capestro, insomma.
E decisamente rischioso”.

Quanto all’opinione pubblica, quale fu il punto di vista dominante intorno alla vicenda Zanfretta?
“Soprattutto curiosità, in particolare dopo la comparsa di Zanfretta nella trasmissione ‘Portobello’ di Enzo Tortora.
Anche scetticismo, ovviamente. Ma l’opinione comune era che l’uomo fosse fuori di testa perché non poteva essere altrimenti.
Visto che gli Ufo non esistono, pensavano, chi li vede non può essere che un matto.
A prescindere dalle prove, dalle testimonianze e dalle evidenze.
Intendiamoci, io con questo non voglio assolutamente dire che esistano gli extraterrestri di Zanfretta con tutto quello che ne consegue, ma ritengo davvero stupido ignorare la realtà di un avvenimento di cronaca solo per comodo pregiudizio.
Del resto se c’è chi si beve che qualcuno possa suicidarsi con due colpi di pistola alla testa, mentre la stessa rivoltella è inserita sotto la cintura dei pantaloni con il cane alzato, e che il corpo è stato preda di animali selvatici che però si sono limitati a mangiare solo la punta delle dita del morto, facendo sparire le impronte digitali, allora si può credere davvero a tutto. Altro che Ufo!”.

Ha più avuto contatti con il signor Zanfretta, e in questo caso, pensa che l’esperienza da lui vissuta conservi ad oggi ulteriori strascichi nella sua personalità?
“No, non l’ho più rivisto.
So che lui non mi perdona il fatto di avere parlato della sua vita a 360 gradi, e quindi di aspetti che preferiva fossero taciuti.
Ma io mi ritengo un giornalista serio e, così come ho parlato delle cose che gli sono capitate con la massima obbiettività possibile, ho fatto altrettanto per altri aspetti della sua vita.
Mi dispiace che se la sia presa. Quanto agli strascichi, sono innegabili.
Mi sento di dire che l’uomo ha avuto la vita sconvolta dalla sua esperienza e ne ha pagato assai caro il prezzo, a tutti i livelli.
Ci sarebbe poi da aggiungere qualche parola sulle persone che in tutti questi anni gli si sono messe intorno per cercare di carpire chissà quale segreto, ma questo è un capitolo che ignoro completamente.
Di fatto, comunque, se prima il caso Zanfretta era un fatto di cronaca, adesso lo si può definire una leggenda urbana dove ognuno aggiunge e storpia ciò che gli pare”.

Ritiene che il caso Zanfretta sia da annoverare nel database ufologico delle ‘abductions’ come ipotesi di rapimento da prendere in considerazione?
“Mettiamola così: un qualsiasi caso di presunta abduction da parte di alieni, primo fra tutti quello dei coniugi Hill, può essere dimostrato scientificamente? Siccome la risposta è sempre no per qualsiasi abduction, allora l’esperienza di Zanfretta è a pari merito con quella di qualunque altra persona che rivendichi una vicenda simile.
Con l’aggiunta, però, che mentre per tutti gli altri episodi le ricerche e le verifiche sono sempre iniziate molto dopo lo svolgersi dei fatti, nel caso di Zanfretta le indagini sono state parallele agli avvenimenti.
Piuttosto è molto provinciale da parte nostra prendere per oro colato ciò che accade negli Stati Uniti solo perché avviene lì”.

Oggi, alla luce di questa esperienza, qual è il suo punto di vista riguardo a questi fenomeni inspiegati?
“Come giornalista mi piacerebbe che fenomeni di questo genere venissero indagati né più né meno che quelli di un qualunque fatto di cronaca.
Senza dubbio se ne saprebbe molto di più. Invece così non accade sia per non volersi mettere contro quelli che si ritiene debbano essere i dogmi della nostra scienza (e mi viene in mente il processo a Galileo Galilei) sia perché in Italia ben pochi giornalisti se la sentirebbero di passare per ‘quelli che vedono gli asini volare’, come dice Zichichi.
Basterebbe invece fare il proprio lavoro normalmente e poi scriverne il resoconto lasciando agli uomini di scienza l’interpretazione di eventuali stranezze. La mentalità corrente è invece ‘ciò che non può essere non è, per cui non me ne interesso neppure’.
Mi sembra superfluo ogni commento”.

Un’ultima domanda ringraziandola della disponibilità espressa. Quali sono i suoi progetti futuri? Ha in cantiere nuove pubblicazioni?
“Il mio libro sul caso Zanfretta, non lo dimentichi, è solo e soltanto un ampio reportage su un fatto di cronaca realmente accaduto.
Con nomi, cognomi, date e fotografie.
Non è assolutamente un libro di ufologia.
E forse è diventato tanto popolare tra chi si appassiona a questa tematica proprio per la sua strettissima attinenza alla realtà e ai protagonisti che l’hanno vissuta. E’ un libro scritto da un cronista che stava svolgendo il suo lavoro. Ed eravamo nel 1984.
Da quegli anni molte cose sono accadute.
Io ho continuato a scrivere libri, ma di ben altro genere.

Insomma, per me l’esperienza ufologica si è chiusa con quel libro.

Parlando di adesso, entro la fine dell’anno uscirà un mio libro su Pertini per i tipi della De Ferrari Editore, ed esattamente un volume dove sono contenute le lettere inedite che il Presidente più amato dagli italiani ha inviato alla sorella Marion dal 1926 al 1949.
Parliamo cioè del periodo che va dal primo arresto di Pertini, al carcere, all’esilio, alla Resistenza e infine alla fondazione della Repubblica Italiana. Il libro si intitolerà ‘Mia cara Marion…’.

Come vede un argomento ben lontano dal caso Zanfretta.
Però, se ci pensa un po’ bene, vedrà che un collegamento tra le due vicende c’è: entrambe nascono da fatti di cronaca.
E io, appunto, sono e resto un cronista. Tutto qui”.
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